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HOTEL OSPITE INATTESO, MONTALTO DI CASTRO

  • Immagine del redattore: Zanara
    Zanara
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 11 min


In questo mondo ci sono il mare, il cielo, le montagne, i fiumi, gli alberi, le nuvole, la neve, il fuoco, le donne soprattutto, gli altri esseri viventi e la natura tutta.

Rimarranno le foto, le immagini, i ricordi. Io resterò fino a quando mi sarà concesso.

Alfredo Bini



L’ultima stanza di Alfredo Bini


È il 2001 quando un distinto signore chiede una camera alla reception dell’Hotel Magic, affacciato sul chilometro 107 dell’Aurelia, nei pressi di Montalto di Castro. A volerlo immaginare mentre attraversa col suo passo da avventuriero il ricevimento dell’albergo, si può richiamare una poesia del ’63 di Pier Paolo Pasolini che così lo descrive in una sua poesia: “La faccia gialla e rossa, sfumata nella stempiatura, in alto, nel liscio, tondo mento, in basso; col baffo rosso, crudele, di profilo, come d'un Lanzichenecco di mezza età, sceso da Terre coi tetti a guglia e i fiumi gelati".


L’uomo è infatti Alfredo Bini, produttore di importanza capitale per il cinema italiano del dopoguerra, che nel momento in cui varca la soglia dell’Hotel Magic si lascia alle spalle un passato prossimo di problemi che culminano con una casa a Capalbio a cui avevano cambiato la serratura. In questo suo momentaneo esilio, che tale non si dimostrerà, porta con sé poche cose. Il proprietario dell’albergo lo accoglie e gli offre una sistemazione. Bini passerà all’Hotel Magic i suoi ultimi anni. 

La parabola di Bini, da produttore in grado di segnare il passo nel panorama cinematografico italiano a ospite a sorpresa dell’Hotel Magic, sembra uscita da uno dei film sui cui ha investito soldi e sudore: film avventurosi, realizzati in nome di una visione prometeica del far cinema, pieni di contraddizioni, sfide aperte e dichiarate al mondo. 


Bini e Totò sul set di Uccellacci e uccellini, 1966.
Bini e Totò sul set di Uccellacci e uccellini, 1966.

All’Hotel Magic Bini resoconterà la sua esistenza: una vita attraversata da fughe improvvise, dalla guerra e dal dopoguerra, dalle notti romane, dai successi improvvisi e altrettanto improvvise cadute. Ma soprattutto una vita percorsa da una lucida consapevolezza: «Non si può scegliere come morire, si può solo scegliere come vivere».

In quella stanza d’albergo affacciata sulla Maremma, Bini ci arriva da lontano. Da via Magenta, a Livorno, dove nasce il 12 dicembre 1926, ultimo discendente del mazziniano Carlo Bini, la prende larga e si ritrova con la madre insegnante di musica a Gorizia, si arruola con gli alpini mentendo sull’età e viene spedito in Albania per l'offensiva contro i greci. 


Terminate le operazioni in Grecia, un migliaio di superstiti della divisione si imbarcò per fare ritorno a Udine. Io e pochi altri non trovammo posto. Fu un colpo di fortuna: la nave venne affondata poco dopo la partenza e in molti affogarono. Iniziai allora da solo a risalire l'Albania, poi la Dalmazia, fino ad arrivare in Slovenia. Ero ancora vestito in parte da alpino e decisi di tenermi lontano dalle strade principali. Percorrendo stradine di campagna, preferibilmente di notte, mi spostai verso est, sfiorando prima Lubiana, poi Postumia, Aidussina, Prevacina. Arrivai a Gorizia dalla parte di San Pietro, e camminando verso piazza Cristo riconobbi la casa di tolleranza, invano desiderata l'anno prima, posta proprio nelle vicinanze della caserma sede della divisione Julia. Giunto a casa, in via Brigata Pavia, venni accolto da mia madre con sentimenti contrastanti: era al tempo stesso felice e infuriata, piena di rabbia per la mia fuga. Non le restò che piangere, mandarmi a lavare e chiedere dei vestiti vecchi ai vicini. In pochi mesi di guerra ero cresciuto di venti centimetri in altezza e trenta di torace. Portare «su per i monti» la piastra del mortaio è una ginnastica molto efficace.

Dopo l’8 settembre 1943, Bini si arruola nella Polizia dell’Africa, entra poi nella Guardia Nazionale Repubblicana, prestando servizio a Orvieto, Rivoli Torinese e infine a Brescia, dove viene nominato sottotenente. Così racconta:


Non mi passò minimamente per la testa che fosse possibile iniziare una guerra da una parte e finirla di fianco al nemico del giorno prima. Certo oggi, col senno di poi... A quel tempo, del fascismo, dell'antifascismo e dei precedenti parlamentari non sapevo assolutamente nulla. «Chi per la patria muor, vissuto è assai» diceva Foscolo. No, non ho particolari rimorsi. È stato come risvegliarsi da un lungo sonno.

Il risveglio a ogni modo arriva. La sua esperienza militare finisce il 25 aprile 1945, dopo un anno trascorso al confine svizzero, dove la Guardia Nazionale sostituiva i carabinieri. Il giorno seguente ottiene abiti civili da un maresciallo e il 29 aprile rientra a Milano, passando da Piazzale Loreto dove scorge i corpi appesi di Mussolini, Petacci e Pavolini, esposti alla folla. Tornato a Gorizia, conclude gli studi. 

Dunque riscende a seguito dell'occupazione jugoslava e arriva a Roma per continuare gli studi dagli zii romani. Attraversa a piedi l’Italia devastata, registra lo sfacelo di un paese sventrato. Infine giunge alla stazione Termini, si mette in fila dove distribuiscono generi alimentari per avere pane e fichi e viene notato dal capogruppo di comparsa Palmieri che lo riconosce subito come egizio e lo spedisce a far da comparsa nell’Aida. Entra così, quasi per caso, nel mondo del Cinema. 


A quei tempi Roma vuol dire precarietà, sistemazioni di fortuna in seminterrati e letti condivisi. Ma vuol dire anche rinascita e fervore. Il Dopoguerra svela una Roma frenetica, piena di vitalità, di geniali personalità e artisti all’attacco, pronti a sgomitare per affermarsi.  


Le notti, alla fine degli anni Quaranta, si passavano a chiacchierare dei massimi sistemi, camminando avanti e indietro tra piazza del Popolo e piazza di Spagna. Tutti gli aspiranti pittori, scultori, cineasti, attori, musicisti e giornalisti, sopravvissuti alla guerra, erano ai nastri di partenza. Cinque annate in competizione, invece della consueta selezione annuale che ogni generazione deve affrontare in tempo di pace. E le esplosioni creative che in Italia si sono viste dal 1945 in poi, oggi appaiono irripetibili.

Bini trova terreno fertile, si guadagna un posto come trovarobe al Teatro Ateneo dell’università, poi diventa direttore di scena e infine, quasi per scherzo, direttore amministrativo: quando lo Stato comincia a finanziare i teatri stabili, il Teatro Ateneo fa richiesta di sovvenzione. Di nuovo il caso gioca a favore di Bini. Così racconta la sua ascesa improvvisata:


Il rettore era lo storico Giuseppe Cardinale, che però non voleva avere niente a che fare con «teatro, ombrelli e bastoni in guardaroba», cioè non voleva assumersi la responsabilità amministrativa della struttura. Il direttore amministrativo, Spano, ritenne l'incarico incompatibile con la sua carica. Per superare il blocco mi offrii di firmare la domanda come direttore amministrativo.
«Se si tratta solo di una firma, la firmo io» dissi, e tutti dandosi di gomito:
«Ma sì, tanto è una cosa formale!»

Quello che pareva un trucchetto burocratico si trasforma in un’occasione d’oro per Bini. All’arrivo della raccomandata indirizzata con la concessione del contributo di diciotto milioni, Bini impone la sua regola: quei soldi si possono respingere al mittente, ma se si accettano lui sarà direttore. Nessuno si oppose.


DOVE VA L’UMANITÀ? BOH!


Producendo rischio la sua posizione… Alfredo Bini

Domenico Modugno, dalla sigla di Uccellacci e Uccellini



All’Ateneo Bini conosce attori, registi, scenografi. Lì nasce l’amicizia con Pietro Germi, che gli offrirà la prima parte cinematografica: un bersagliere ne Il brigante di Tacca del Lupo. È in quel periodo che Bini sperimenta il cinema dall’interno: osserva, impara, ruba con gli occhi. E intanto, fuori dal teatro, si arricchisce combinando affari immobiliari tra Toscana e Lazio grazie alle ville a Punta Ala, Sperlonga, Ansedonia.

Per un progetto su Dei delitti e delle pene di Beccaria, propostogli da un avvocato, accarezza l’idea di farsi produttore. Prova a dividersi il rischio con gli autori e propone di costituire una società con Pietro Germi, Mauro Bolognini, Federico Fellini e Mario Monicelli. 


Presi gli accordi, ci demmo appuntamento da un notaio in via del Corso. Eravamo tutti presenti, tranne Fellini. Aspettammo qualche minuto, Germi era già nervoso. Dopo un po’ qualcuno suonò alla porta, era Giulietta Masina. Disse: «Federico è dovuto andare a Rimini a trovare la mamma… Scoppiò l'inferno, Germi iniziò a imprecare, poi si mise a litigare con tutti; mentre camminava verso piazza del Popolo si sentivano solo le sue urla: «Siete dei ruffiani!».

Pasolini, Fellini, Bini.
Pasolini, Fellini, Bini.

Nel 1959 fonda l’Arco Film con cui produce Il bell’Antonio di Mauro Bolognini, con una sceneggiatura firmata anche da Pier Paolo Pasolini. Maneggia un progetto che aveva già tentato di essere realizzato, un film non gradito, osteggiato dallo stesso Andreotti: l’idea di raccontare un italiano impotente fa storcere abbondantemente il naso. Bini invece lo produce, lo porta in Sicilia con pochi soldi ma con una vitalità inarrestabile fatta di sopralluoghi veloci, location trovate per caso. Il film sarà un successo e segna l’inizio della sua stagione più luminosa.

Nel 1960 Pasolini convince la Federiz – la società di Fellini e Rizzoli – a finanziare il suo primo film da regista: Accattone. Dopo una settimana di riprese, la produzione visiona il girato e boccia tutto. Pasolini è disperato, secondo Bolognini vuole ammazzarsi. Bini corre da lui: «Ammazzati domattina. Intanto fammi leggere la sceneggiatura».

Quella notte nasce una delle collaborazioni più radicali del cinema italiano. Bini produce Accattone, lo porta a Venezia, lo difende dagli attacchi. Nonostante la selezione marginale, il film esplode come caso nazionale. Il New York Times, nel gennaio 1961, lo proclama il nuovo nome da seguire del cinema italiano.

Bini proseguirà per anni al fianco di Pasolini in quelle che saranno produzioni difficili, spesso osteggiate, ma fondamentali per la sua carriera e per il cinema italiano, concludendo la loro collaborazione con Edipo Re del 1967. 



L’INFERNO DI ALFREDO


Gli anni ’70 per Bini, che ha sempre vissuto in anticipo, contribuiscono a fargli perdere lo slancio a causa di alcune circostanze in qualche modo emblematizzate dalla mancata realizzazione del grande progetto d’un film sull’inferno dantesco, progetto chiuso a causa della defezione improvvisa di Zeffirelli a cui era stata affidata la regia. 

Nell’aprile del 1973 infatti Bini e Zeffirelli si trovano a Mosca ad annunciare un progetto dal budget di otto milioni di dollari, ai blocchi di partenza per l’inizio riprese previsto per il febbraio dell’anno prossimo con trenta settimane di riprese in giro per tutto il mondo. Lo presentano all’Unione Sovietica, sul tavolo mettono dunque la possibilità di affidare la musica a Shostakovich e la promessa di impiego dei balletti russi. Le possibilità di realizzazione del film sembrano così concrete che addirittura ci si pone in anteprima il problema della nudità delle anime sofferenti, risolvibile, a detta della produzione, con delle speciali guaine di plastica a fasciare corpi e anime.

Un progetto ambizioso in ogni suo aspetto, con Storaro che si reca persino sull’Etna a cercare la suggestione della lava incandescente, e immagina mirabilie fotografiche alle grotte di Postumia.


Alla defezione di Zeffirelli, Bini propone il progetto a Orson Welles, che rifiuta, arriva persino a proporne le redini a Fellini, con cui era stato in causa poco tempo prima (un attrito dovuto al fatto che entrambi si erano messi a girare un film sul Satyricon nello stesso periodo). Non se ne fa nulla. L’inferno si sfalda. A Bini rimane l’amaro in bocca e la sensazione di avere avuto tra le mani un progetto fondamentale.


Sarebbe stato fatto a Cinecittà e avrebbe richiesto l'installazione di nuove apparecchiature speciali, destinate a rimanere in Italia, completamente ammortizzate. I film più spettacolari sarebbero stati girati a Cinecittà, unica struttura in Europa in grado di ospitarli, grazie a una somma pari al 20 per cento di quel che si spende per una stagione alla Scala di Milano.

Vengono anni senza entusiasmi. Alla sua casa di produzione Arco Film (1960-69) segue la Finarco (1968-73) che segnerà però l’inizio della sua parabola discendente. Così il giudizio di Barbara Corsi nel suo Con qualche dollaro in meno. Storia economica del cinema italiano:


La volontà innovativa degli inizi sembra esaurita, anzi in un certo senso rinnegata, se si considera alla luce del passato un'operazione di bassa qualità come Il Decamerone nero di Piero Vivarelli (1972), che sfrutta il filone di successo inaugurato dal «suo» autore con Il Decameron (1971). Al film di Vivarelli seguono titoli improbabili come La grande scrofa nera, Cuginetta... amore mio, Velluto nero, qualche tentativo di giallo-horror all'italiana (Ecologia del delitto di Mario Bava) e alcune coproduzioni, fra cui l'unica di livello paragonabile ai film «Arco» è Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson (1974).

Locandina promozionale del progetto Inferno.
Locandina promozionale del progetto Inferno.

Negli anni Bini viaggia molto seguendo progetti che lo portano fino in Oriente, cerca di trovare nuove vie di sperimentazione, pensa a un sistema innovativo che avrebbe permesso alle sale cinematografiche di trasmettere contenuti esclusivi tramite tecnologia elettronica, di dieci anni in anticipo sull’avvento della televisione privata ma che Cinecittà rifiuta. Fallimenti personali (la separazione dalla moglie Rosanna Schiaffino) e societari si sommano e scavano la linea dell’amarezza. Verso la fine del secolo anche il cinema italiano entra in una fase difficile, dominata dalla televisione e dall’invasione dei film americani. Bini ottiene solo incarichi sporadici, come la guida della delegazione italiana in Cina per Cinema Asia nel 1998. Nel 1999 Cinecittà interrompe ogni collaborazione con lui. Bini si ritira in Maremma, a Capalbio.


Lettera di rifiuto di Orson Welles al progetto Inferno, dubbioso sulle possibilità di rendere la potenza dantesca su pellicola.
Lettera di rifiuto di Orson Welles al progetto Inferno, dubbioso sulle possibilità di rendere la potenza dantesca su pellicola.

La mattina in cui Bini si presenta all’Hotel Magic incontra il proprietario dell’albergo, Giuseppe Simonelli. A raccontare lo strano incontro, la nascita della loro amicizia e la vicenda scompigliata di Alfredo Bini è stato il regista Simone Isola in un documentario del 2015. 

Così ne parla Simonelli:


Era seduto all'ingresso del mio albergo, intento a conversare con alcuni avventori locali. Mi ha osservato per qualche secondo mentre scendevo dall'auto, poi ha esclamato: «Tu puoi fare l'attore!». 

Alfredo Bini e Simonelli si parlano, si conoscono, Bini chiede una stanza e piano piano svela il suo passato mirabolante:


Lentamente ha iniziato a raccontami dettagli della sua vita, e mi ha conquistato giorno per giorno. Più che produttore, l'ho sempre ascoltato come se mi raccontasse una storia, una favola. Dai depositi giungevano foto, premi, segni tangibili di quel passato fuori dall'ordinario. E allora ecco davanti a me Pier Paolo Pasolini, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Federico Fellini. Proprio un ospite inatteso: non avrei mai pensato di vivere un'esperienza del genere. Figure che improvvisamente mi diventavano vicine, quasi familiari. E i mesi diventarono subito anni. Nove, per la precisione, fino a quando è vissuto. E in quegli anni di difficoltà credo di essere uno dei pochi ad averlo conosciuto come essere umano, solo come essere umano.

Cinque anni Bini passa all’Hotel Magic, poi si trasferisce in una casa costruita da Simonelli a Pescia Romana, dove vivrà gli ultimi cinque della sua vita. 

Alla fine della fiera, quello che emerge dalle testimonianze, dalle interviste e dalle parole di Bini stesso, è che in Bini albergava (è il caso di dire) una malinconia profonda, ma mai rancorosa. Nonostante la solitudine, i fallimenti amorosi, le disavventure e le sconfitte, emerge dalle parole che ha lasciato scritte durante gli anni in hotel la serenità dell’avventuriero al tramonto. Seduto a battere a macchina le sue memorie, Bini scrive:

Abbiamo poco tempo per vivere. Io l’ho capito subito, appena ho aperto gli occhi. La mia vita è un mare di esperienze. Mi sono tuffato in ogni cosa.

Il suo lascito è la visione di un tempo andato, la memoria di una personalità difficile e piena di contrasti e soprattutto una personalissima e preziosa lezione di un modo di fare uno strano mestiere, il produttore, la cui qualità principale deve essere quella di avere un torace robusto, che deve essere fisicamente forte per sopportare il lavoro e avere acume psicologico, fiuto, fantasia. Un produttore deve essere – secondo Bini – libero, senza pregiudizi, seguire la propria curiosità e il proprio intuito: 


Ogni film che ho prodotto mi ha permesso di approfondire un argomento o di vivere un'esperienza. Dalla conoscenza dei costumi africani alla musica di Schubert, dalla strategia militare a ogni più diverso problema sociale e umano. In una società organizzata come la nostra, nella quale ognuno finisce in una cellula da cui resta sempre condizionato, quello del produttore è uno dei pochi lavori in cui si può avere l'illusione di essere rimasti liberi.

Bini agricoltore. Le immagini dell'articolo sono tratte da Hotel Pasolini, a cura di Simone Isola e Giuseppe Simonelli, il Saggiatore, 2018.
Bini agricoltore. Le immagini dell'articolo sono tratte da Hotel Pasolini, a cura di Simone Isola e Giuseppe Simonelli, il Saggiatore, 2018.

Bini muore nell’ottobre del 2010 dopo essersi guadagnato con fatica una modesta pensione grazie alla legge Bacchelli. Lascia le sue riflessioni, le sue cose all’amico che lo accolse dieci anni prima, e lo rende erede e depositario delle sue esperienze, dei suoi oggetti, delle sue foto capaci di riflettere il senso di una peripezia lontana nel tempo ma non per questo meno forte. 


L’albergo invece ha cambiato nome, si chiama Hotel Ospite Inatteso, in onore di Alfredo Bini. Lo si trova facilmente uscendo dall’Aurelia. Al suo interno si scopre un piccolo museo dedicato al produttore, alle pareti le foto di un periodo irripetibile del cinema italiano. All’ultimo piano la suite è dedicata proprio ad Alfredo Bini, che quella stanza ha abitato negli anni passati in hotel. Vi siamo entrati grazie alla disponibilità della signora alla reception. Tra quelle mura Alfredo Bini deve aver spesso rievocato gli anni d’oro, e nelle ombre che la stanza dischiude sembra essersi incagliata l’immagine di un tempo che fu, sfuggita alla ricognizione di Alfredo nei propri ricordi. A guardare bene, si intravedono scivolare via, come su una pellicola, le memorie di una vita e di un uomo, del Cinema che ha raccontato un paese e degli uomini che quel cinema hanno incarnato: ormai scomparsi, ma non per questo dimenticati.




Bibliografia

Hotel Pasolini, a cura di Simone Isola e Giuseppe Simonelli, il Saggiatore, 2018.

Barbara Corsi,Con qualche dollaro in meno. Storia economica del cinema italiano, Editori Riuniti, 2001.

Alfredo Bini, ospite inatteso di Simone Isola, 2015 (documentario).



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