LE STRANE STATUE DI MANHATTAN, NEW YORK
- Zanara

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Può capitare, per caso, o per ragioni profonde, di trovarsi a Manhattan in un giorno tra i tanti di un anno qualunque. In tali circostanze, probabilmente e a maggior ragione qualora si mettesse per la prima volta piede a New York, si farebbe largo tra i vari stupori una domanda: vale la pena affrontare la traversata acquatica e la folla per ritrovarsi ai monumentali piedi della Statua della Libertà, signora degli arrivi e delle speranze?
Qualora la risposta in fondo al cuore risulti essere qualcosa di simile a non credo o non oggi, ecco che si offre di seguito una valida alternativa per rintracciare nel labirintico e inconoscibile mistero che ogni città è e rappresenta, alcune direzioni utili, come delle crepe che possano fare uscire dal magmatico caos cittadino un barlume di senso.
Shinran Shonin (la statua che sopravvisse a Hiroshima)

Nell’Upper West Side, di fronte alla New York Buddhist Church, si trova una statua sopravvissuta alla bomba atomica di Hiroshima del 6 agosto 1945.
Essa arrivò in America dopo la guerra ma la sua storia inizia nel 1937 grazie all’iniziativa di Seiichi Hirose, un industriale di Osaka del settore metalmeccanico, ma principalmente fervente devoto buddhista Jōdo Shinshū, una scuola del buddhismo giapponese fondata nel XIII secolo dal monaco Shinran, che insegna la salvezza attraverso l’affidamento fiducioso alla compassione di Amida Buddha. In Giappone Hirose fece fondere ai suoi operai sei statue identiche di Shinran. Alte quasi cinque metri, pesanti circa 590 kg in solidissimo bronzo, esse furono installate nelle principali città nipponiche: Hiroshima, Osaka, Kyoto, Tokyo, Kuwana e Niigata.
Ma la guerra apparve sui teatri del mondo. Tre statue vennero distrutte per sostenere gli sforzi bellici giapponesi e il loro metallo riutilizzato. Quella posizionata sulla collina Hijirigaoka che sovrasta Hiroshima non venne però toccata. Rimase a fissare la città dall’alto. Quando scoppiò la bomba atomica, a un miglio di distanza, la statua di Shirnan ricevette in pieno l’urto dell’esplosione micidiale. Tutto intorno fu distruzione totale, ma la statua resse alla devastazione.

Dopo la guerra, stupito e contento, Hirose portò la statua in America, in quella New York considerata la porta del mondo e la donò al reverendo Hozen Seki, fondatore dell’American Buddhist Academy (oggi American Buddhist Study Center). Venne inaugurata l’11 settembre 1955 alla presenza di Daisetsu Teitarō Suzuki, uno dei più grandi divulgatori del Buddismo Zen in occidente.
Ancora oggi la statua di Shinran è lì sul Riverside Drive, di fronte all’istituto, protetta da un cancelletto nero e forse, osservando bene e lasciando andare la sensazione, si possono intravedere persino i segni rossi di bruciatura sulla statua e sentire – ma potrebbe essere solo il gioco d’un impressione – minime tracce di radioattività. La statua di Shinran rimane lì, nel cuore del paese che ha scaricato la bomba, che ha fatto sperimentare al mondo un orrore nuovo, orgoglio dei laboratori e dell’idea di supremazia. Permane a far da testimone muto di un dolore immenso, riflesso d’una colpa sovrumana che abita il cuore della Nazione che molto più di altre del ricorso alla compassione buddistica certo non ha mai fatto grande sfoggio.
STATUA DI PAN (Un dio all'università)

Trovo qualcosa di sublime in quel tritone solitario, abbandonato in mezzo alla sua vasca. È l'ultimo degli dèi: l'hanno lasciato qui, ed egli ricorda il suono dell'acqua che cadeva nell'acqua, quando i giorni erano dolci.
Arthur Machen
Nel 1890 Arthur Machen, ispirato da una visita alle rovine di un tempio pagano, pubblica su rivista (ampliata nel 1894.) Il Dio Pan, un’opera in cui lo scrittore gallese condensa una serie di inquietudini legate alla persistenza dell’inattuale, un riemergere nel tempo delle cose passate in forme perturbanti e contemporanee.
Il Pan descritto da Machen rappresenta l’insita tensione verso la soddisfazione della libido repressa, il cui sfogo conduce a una degenerazione simile a quella dello stevensoniano Signor Hyde, messa ancora più in risalto se opposta alla rigida morale vittoriana dell’epoca di Machen.
Tra il 1898 e il 1899, pochi anni dopo l’uscita del romanzo, George Grey Barnard realizza una scultura in bronzo che raffigura l’antico dio in una posa particolarmente sorniona.
The Great God Pan mostra un dio forte e adulto, sdraiato su un fianco, che suona il flauto, con una barbaccia ispida e gli zoccoli caprini che lo rimandano al suo ruolo di signore delle selvaticità pastorali, pur se sprovvisto di corna e coda. Il dio si allunga per 248 cm e pesa 2000 chili, a sostenerlo una base di granito verde.

Originariamente ideata come scultura per abbellire la fontana del Dakota, edificio dell’Upper West Side, il Pan venne commissionato da Alfred Corning Clark, erede della casa Singer. Non fu, però, mai installata, anche perché Clark morì l’anno dopo. La statua venne donata dalla famiglia Clark a Central Park, per essere messa al centro di una fontana, ma la commissione che si occupa della decisione rifiutò l’offerta.
Il figlio di Clark, Edward Severin, finanziò la fusione in bronzo in un solo pezzo grazie a una fonderia di Mount Vernon realizzando nel 1898 la più grande scultura in bronzo fusa in un solo pezzo per gli Stati Uniti dell’epoca.
Rifiutato una seconda volta da Central Park, dopo varie esposizioni, la statua venne concessa alla Columbia University (allora Columbia College) e venne installata nel 1907. Fu poi spostata fino alla sua collocazione. Oggi, il Dio Pan riposa parcheggiato nella mecca dell’accademia. Lì dove i giovani del domani americano si formano sotto lo sguardo ambiguo d’un antichissimo dio.
The Indian Hunter (O Storia di Manhattan)

La Manhattan attuale è una città immensa di vetro e ferro vissuta da popoli d’ogni dove.
Ma fu prima di tutti il tempo dei Lenape (che gli europei chiameranno delaware) di abitare gli spazi dati in sorte di quell’isola circondata dal Muh-lui-kun-Ne-tuk, che per la lingua algonchina significa Il fiume che fluisce in entrambi i sensi. Ed è proprio per bocca dei Lenape che si sentì il nome originale di quella terra che usavano per procacciarsi le pelli e per pescare, che offriva loro l’abbondanza stagionale, un terreno per far provviste dell’utile e del necessario e dove seppellivano i morti: Madanos o Manhattas, ovvero isola dalle molte colline. Tra i Lenape erano presenti diverse etnie, tra di esse appunto i mohicani ma anche gli unami, i munsee e i mohawk. Tutti ignari che a un certo punto della loro storia avrebbero incontrato l’uomo europeo.
Il primo occhio di questa strana gente di là dal mare a posarsi su quelle nuove vecchie terre fu quello di Giovanni da Verrazzano che nel 1524 ne esplorò le coste. Lenape ed europei si incontrarono a bordo delle canoe nella Upper Bay. L’esploratore italiano era partito coi finanziamenti francesi per scoprire di più su questo Nuovo Mondo e il 17 aprile del 1574 il suo vascello Florentine era entrato nella baia. Giovanni da Verrazzano cominciò a dare nuovi nomi alle vecchie cose che un nome, per quanto incomprensibile, già ce lo avevano: chiamò quei territori Nouvelle-Angoulême, in onore dell'allora re di Francia Francesco I, e il fiume, il Muh-lui-kun-Ne-tuk, Vendôme, a gratificare l’onore della dinastia dei Borbone-Vendôme. All’altezza dell’attuale Ponte di Verrazzano, girò i tacchi in direzione dell’Atlantico e si rivolse verso la Nuova Scozia. Per il re finanziatore quella zona era una foresta inutile abitata da selvaggi.

Fu Henri Hudson della Compagnia Olandese delle Indie Orientali che nel 1609 esplorò quelle terre con attenzione. La flotta si stabilì nell’attuale Manhattan e proseguirono le esplorazioni lungo il fiume, che un giorno prenderà definitivamente il nome dell’esploratore inglese ma che farà in tempo a chiamarsi con un altro nome ancora prima di quello, ovvero Noordern Rivier. Hudson e i suoi giungeranno al cuore della regione.
Nel 1613 nacque il primo insediamento olandese, Fort Amsterdam. Iniziarono i commerci di pelliccia, i viaggi in Europa di mercanti dall’occhio lungo, come Adrien Brock esploratore e mercante che cominciò infatti a mercanteggiare anche con i nativi. Gli europei vedevano quell’America come un grande approvvigionamento di pelli con cui avrebbero fabbricato vestiti lussuosi e cappelli alla moda, una landa che Dio aveva predisposto per l’abbondanza e il rifornimento, al contrario dell’Europa dove avevano cacciato il cacciabile e c’era rimasta poca cosa.
E i Lenape?
Prima degli europei erano circa 15000 Lenape ad abitare Manhattan, a coltivare la terra, a pescare nelle sue acque, divisi in ottanta insediamenti. Poi un pessimo affare li cacciò via.
L’isola venne venduta agli olandesi in cambio di paccottiglia, perline, attrezzi vari e monili di poco conto, un valore complessivo di sessanta fiorini, mille dollari di oggi. A proporre lo scambio il governatore di allora, Peter Minuit, che con il contratto in mano si teneva al sicuro da ulteriori rivendicazioni di altri coloni e garantiva il possesso nei secoli dei secoli per i Paesi Bassi. Era il 1626, e presto avrebbe avuto torto.
Ad ogni modo c’è chi sostiene, con le giuste ragioni, che di scambio non si trattò, tantomeno di compravendita poiché i nativi del concetto di proprietà europeo non avevano neanche il sospetto, così come sui diritti di reclamo d’una terra.

Nei decenni successivi i Lenape rivendicarono i propri territori ma la battaglia fu persa. La cittadina si espanse, venne issata una palizzata a difesa dagli altri coloni, il nucleo crebbe e la colonia ottenne l’autogoverno nel 1652, divenendo città l’anno dopo: fu chiamata Nuova Amsterdam. La pelle di castoro fu una valuta ufficiale e accettata, gli olandesi introdussero l’agricoltura europea e l’allevamento di mucche e maiali, causando uno scombussolamento radicale agli ecosistemi preesistenti. Nella punta sud, Manhattan era abitata da fattori, proprietari terrieri e mercanti che progettavano strade da soli e avviavano la città verso quella forma di megalopoli che oggi è. Non se la godranno poi molto. Gli verrà strappata dagli inglesi della Nuova Inghilterra in nome e per conto di Giacomo Stuart duca di York. Quattro navi da guerra bastarono per convincere gli olandesi ad arrendersi senza troppo combattere. Gli inglesi chiameranno la città conquistata New York, contribuendo a spazzare via la natura originaria dell’isola. Il piano urbanistico fece il resto.
Oggi New York è città infinita, camminatela fino a Central Park. Da qualche parte in quel labirintico parco artificiale si può incontrare una statua in bronzo del 1866 che costò 10.000 dollari, molto di più di quanto fu pagata la terra che la sostiene. La fece John Quincy Adams Ward e raffigura un nativo con il suo cane, fu messa lì poco tempo dopo che il parco venne aperto, e fu la prima firmata da un artista americano al suo interno.
Uscite poi dal parco, camminate per Broadway che già i Lenape avevano tracciato, o al Greenwich Village, dove sorgeva il loro villaggio Sapohanikan, quindi per Wall Street, che prende il nome dalla palizzata tirata su dagli olandesi per difendersi dagli inglesi. Oppure raggiungete la riva e guardando scorrere l’Hudson, che fu Noordern Rivier, che fu Vendome, che fu Muh-lui-kun-Ne-tuk, e immaginate una terra vergine dalle mire europee, e quegli uomini ornati di piume d’uccelli che cacciano e pregano e non sanno che su quella terra, che perderanno in cambio di paccottiglia, sorgerà una città complessa di commerci e ricchezze, e mode e mirabilie che segneranno le epoche. Provate a immaginare com’era un tempo lo scorrere del Muh-lui-kun-Ne-tuk, tenendo a mente quello che videro e scrissero gli europei al loro arrivo, vedendo davanti a loro:
un'isola verde e lussureggiante, fitta di foreste, patria di orsi, aquile e aironi, con ventuno laghi, circa diecimila specie e 55 comunità ecologiche - fra cui spiagge sabbiose, prati, paludi, polle stagionali e querceti.
Poi riaprite gli occhi e andate per la vostra strada, qualunque sia, nel caotico mondo moderno in cui tutto passa e tutto lascia traccia, se la si sa vedere.
Mother Goose (la signora delle fiabe)

Questa nuova investigazione, a cui Vance partecipò in qualità di amicus curiae per il procuratore distrettuale di New York, John F. X. Markham, prese subito, per quella sorta di istinto giornalistico che ci porta a etichettare in qualche modo ogni causa celebre, il nome di enigma dell’Alfiere. In un certo senso, la designazione era esatta. C’era qualcosa di sinistramente organizzato, come nel gioco degli scacchi, nella demoniaca orgia di crimini che portò un’intera comunità a leggere le Canzoncine di Mamma Oca con terrorizzata apprensione (tanto che la vecchia raccolta di filastrocche infantili, per un periodo di diverse settimane, vendette più copie di qualsiasi romanzo). Nessun alfiere fu in realtà implicato nei terribili crimini che interessarono questo caso; il termine era tuttavia appropriato in quanto Alfiere fu lo pseudonimo usato dall’assassino per i suoi truci propositi. Incidentalmente, fu appunto questo nome a portare Vance all’incredibile verità e a mettere fine a uno dei più orribili casi di omicidi plurimi nella storia della polizia.
Così spiega all’inizio del L’Enigma dell’Alfiere lo scrittore S.S. Van Dine, in cui il suo solito protagonista, l’ispettore Philo Vance si trova a dover districare una trama di omicidi che sembrano ispirarsi a una filastrocca di Mamma Oca.
Mother Goose, o La Mère l’Oye in francese o Mamma Oca in italiano, prima di venire chiamata in causa come pretesto per azioni delittuose, è un personaggio legato alle fiabe. La si trova per la prima volta nel 1660 in un riferimento che Jean Loret fa ne La Muse Historique, riferendosi a Mère Oye e al suo raccontare storie (Come una storia di Mamma Oca, dice).
Ed è proprio nel mondo della fiabistica che Mamma Oca assume la sua dimensione corretta. Charles Perrault la renderà protagonista di una famosissima raccolta di fiabe, che decretò la nascita tradizionale del personaggio della fabulatrice nell’immaginario popolare. La raccolta prevede la riproposizione di una serie di favole che Perrault pesca dalla tradizione orale e da opere precedenti. Ritornano infatti Pelle d'asino, Cenerentola, La Bella addormentata, Pollicino, Le fate, Il gatto con gli stivali che si possono ritrovare con dovute rimodulazioni nel Pentamerone di Giambattista Basile (uscito tra il 1634 e il 1636) o nella pubblicazione cinquecentesca di Giovanni Francesco Straparola, Le Piacevoli Notti.

Nel 1765 a dare il nome a una raccolta di filastrocche è invece John Newbery (anche se parrebbe che la prima edizione risalga al 1780-81 pubblicata dal genero Thomas Carnan) con Mother’S Goose Memory che impone il personaggio agli anglosassoni.
Avendo già familiarità con una figura simbolica di raccontatrice di storie come la cinquecentesca Old Mother Hubbard e con la seicentesca Mother Bunch (al secolo Madame d'Aulnoy) narratrice di racconti molto diffusi, gli inglesi abbracciano il personaggio di Mamma Oca anche grazie a una serie di pantomime e di poesie che ne fissano il ruolo e l’immagine su un piano fantastico, trasformandola in una specie di strega.
Proprio a Londra nel Natale del 1806 si poté assistere alla prima di Arlecchino e Madre Oca di Thomas John Dibdin, una pantomima animata tra gli altri da Joseph Grimaldi, il primo clown, capace di unire la Commedia dell’Arte alla fiaba. Ecco che Mamma Oca appare con sembianze stregonesche, indossando il cappello a punta tipico delle fattucchiere ed è capace persino di volare a cavallo di un’oca.
Così, evocata da fiabe, filastrocche, poesie e pantomime, Mamma Oca si configura come fondamentale figura del Racconto, le cui origini non dichiarate lasciano spazio alle congetture sul modello che l’avrebbe ispirata: che tra le coltri del tempo, dietro al piumato personaggio si nasconda la madre di Carlo Magno, Bertrada di Laoon, conosciuta come regina dal grande piede oppure, scendendo dinasticamente dalla genealogia francese, le leggende dedicate a Roberto II di Francia detto il Pio e a sua moglie Berta di Borgogna, che la leggenda definisce Berta dal piede d’oca (Berthe pied d’oie) e una diceria folcloristica la descrive come portentosa raccontatrice di fiabe? Ci sarebbe dunque un personaggio storico all’origine, come sostiene Kaherine Elwes Thomas nel suo The Real Personages of Mother Goose del 1930.
Oppure si deve considerare una delle tante regine antiche, con piedi palmati e capaci di grandi racconti, fino a cercare nel folklore germanico incarnato nella figura della Berchta o Perchta, La Splendente, fanciulla pallida o vecchia avvizzita, signora di ogni bestia, il cui dominio si risolve nel lasso di tempo che da Natale arriva all’Epifania e che la fanno sorella della Befana italiana? C’è chi offre soluzioni meno regali delle due Berte, meno folkloristiche della Bertha, che rimandano a una nonna bostoniana che usava cantare filastrocche ai nipoti, tale Elizabeth Goose, o Mary Goose.

Del resto nella ricerca d’un origine si vola a cavallo di supposizioni e fantasie. Anatole France nel romanzo La Rôtisserie de la reine Pédauque, scomoda persino un terzetto non da poco: la dea nordica Freya, la regina di Saba e Santa Lucia. Ma dai tempi in cui Berta filava (la già citata Bertrada di Laoon), ovvero il tempo antico delle storie raccontate, difficile che emergano certezze d’ogni tipo.
Volendo giocoforza sbrogliare i nostri dubbi se Mamma Oca sia a conti fatti una strega, una signora piumata o una regina con il piede anomalo e caratteristico, che sia un pretesto per far fuori un gruppo di individui della società newyorkese o un potentato segreto della forza della narrazione, si può andare a interrogare la statua che la ritrae all’ingresso della Rumsey Playfield, in Central Park. L’ha scolpita Frederick Roth nel 1938 liberandola dal granito. La si scopre a cavallo d’un oca, circondata da personaggi venuti fuori dalle fiabe. Ha gli occhialetti e un cappello a punta. Intorno a lei i bambini si radunano, puntano il dito e ridono. Non sanno, non sono sicuri, se esser contenti o avere un poco di paura.
Statua di Lenin
Pensavamo che un quartiere pericoloso meritasse un nome pericoloso.
Micheal Rosen

Nel cuore pulsante del capitalismo mondiale si annida una statua dedicata a Vladimir Il'ič Ul'janov più comunemente detto Lenin. Bizzarra convivenza la cui origine risale a quando l’opera venne commissionata dall’Unione Sovietica all’artista russo Yuri Gerasimov. Frattanto a New York, nel 1989, alla dissoluzione dell'Urss, Micheal Shaoul e l’ex professore di sociologia della NYU, Micheal Rosen, cercavano di contribuire a un rilancio immobiliare dell’Est Village, avviando la gentrificazione dell’area e costruendo al 250 di East Houston Street un palazzo residenziale di 13 piani che chiamarono, per l’occasione Red Square.
Sorto al posto di un lotto di terreno triangolare in Houston Street, tra le Avenue A e B, di proprietà della famiglia di Michael Rosen dagli anni Sessanta, prima di erigerci un palazzo era occupato da una stazione di servizio in piedi per 25 anni.
Il Red Square offriva alla vista pareti di mattoni rossi con infissi di metallo, una parte al piano terra dedicata alle occupazioni commerciali e un tetta-piazza per gli inquilini. Sulla facciata, su di una torretta svettava un orologio enorme con i numeri del quadrante, opere d’arte di artisti vari, disposti disordinatamente all’interno e all’esterno.

Orgoglio dello studio di architettura Schuman Lichtenstein, Claman & Efron il progetto venne proposto alla Sundered Ground, una società di Michael Rosen e Michael Shaoul. I proprietari, pur valutando il quartiere con un certo grado di pericolosità, cercarono di giocare a loro favore con l'immagine trasgressiva del palazzo indicizzando l’acquirente e inquilino ideale - il giovane artista fuori dagli schemi; il giovane professionista; gli studenti universitari che condividevano appartamenti - ben capace di spendere cifre sostenute. La statua di Lenin sul tetto fu un ultimo colpo di marketing di un piano di vendita ben preciso che considerava l’audacia di vivere un posto del genere come un valore aggiunto all’immobile.
E se è vero che ogni portafoglio trova il suo mercato, il Red Square ebbe il suo discreto successo pur con molte perplessità. Rappresentò in fatto la prima apertura a un processo di gentrificazione di un quartiere certo vivace, ma tradizionalmente complesso, punto di riferimento per gli immigrati che nell’East Village trovarono per decenni un primo appoggio popolare all’arrivo in città e dove si concentrarono e stratificarono, fino alla crisi finanziaria che ridusse in ginocchio la città negli anni ’70 che portò all’abbandono degli immobili e al degrado. Ma lì dove si liberano palazzi a buon mercato, ecco spuntare un artista che riconsidera quegli spazi, così successe all’East Village che negli anni ’80 riprese valore immobiliare.
Un altro sconcerto fu la spregiudicatezza con cui gli imprenditori edili cavalcarono i temi progressisti al fine unico di vendere un pezzo di casa a ricchi investitori, appoggiandosi a ideali politici scritti su striscioni per commercializzare alla fine un edificio di lusso che non prevedeva affitti per i ceti più bassi e che si rivolgeva invece a una classe capace di spendere, un enclave di privilegiati per lo più bianchi, ricchi di contro alla popolazione del quartiere, di tenore molto più modesto.
La statua di Lenin fu l’ultimo colpo di dare un’immagine giusta all’edificio. Alta 5,5 metri, interamente in bronzo, osservava dall’angolo sud ovest del tetto verso Wall Street. Era stata ritrovata da un collaboratore di Rosen nel giardino di una dacia fuori Mosca e per anni è stata una macchia di colore nel panorama urbano di Manhattan che nascondeva però dei processi urbanistici, antropologici e politici molto più complessi.
In seguito, Rosen, che vive oggi in Vietnam, si propose anche di recuperare una statua di Ho Chi Minh da affiancare a Lenin, puntandola però verso Harlem, dove il presidente vietnamita lavorò e maturò le sue considerazioni politiche durante il soggiorno americano. L’idea non si realizzò e negli anni Rosen pare esserci invece concentrato sullo sviluppo di alloggi a basso reddito e case di accoglienza, rifugi per vittime di violenza domestica, sostenendo campagne per proteggere alcuni edifici storici dell’Est Village.
La statua di Lenin fu rimossa il 19 settembre del 2016 nel momento in cui l’edificio venne venduto a una nuova società, la Dermot Company, la quale si affrettò a riconsiderare i rapporti con i dipendenti dello stabile, riducendo gli stipendi non sindacalizzati del personale, e mettendogli di fronte un solo giorno per accettare le nuove condizioni o andarsene, alla faccia di Lenin.
Dopo quasi 20 anni di permanenza sul tetto del Red Square, Lenin ha trovato un nuovo accomodamento al 178 Norfolk Street. Il passante che lo scorge e lo avvista può farsi alcune domande sul significato del suo permanere nella città del capitalismo, provare a darsi anche qualche risposta e considerarlo o un trofeo del nemico sconfitto o un germe pronto a far riemergere un’ideale nascosto. Oppure una semplice curiosità, una bizzarria come tante in una città bizzarra.
Statua di Harriet Tubman (detta “Swing Low")

Il 13 novembre 2008 venne inaugurata nel triangolo formato dall’isola spartitraffico tra 122nd Street, Frederick Douglass Boulevard e St. Nicholas Avenue una statua alta quattro metri dedicata a Harriet Tubman, creata da Alison Saar.
Nata Araminta Ross, la Tubman fu schiava in fuga disperata, quindi accanita sostenitrice dell’abolizione della schiavitù, fu spia dell’esercito dell’Unione al tempo della Guerra Civile americana, attivista, suffragetta… Molte vite che paiono leggenda ma che principiano tra il 1820 e il 1825 quando nasce schiava in una piantagione del Maryland e la vita che sperimenta sin da subito è un susseguirsi di fatica e lavoro, di violenza fisica che lascia il segno. Comprende per la prima volta cosa vuol dire resistere nel momento in cui sua madre si oppone con forza alla vendita d’un fratello. Viene mandata a fare la tata in un’altra famiglia, ma il pianto del bambino viene punito a frustate. Lavora nelle piantagioni, controllando le trappole per topi, si prende il morbillo che la rimanda a casa dalla madre.
Sono anni, quelli che le capitano in sorte, in cui un essere umano poteva essere messo su una barca in Africa e trovarsi in America a dare via a una discendenza di schiavi come successe a sua nonna materna; in cui, se poi uno schiavo fuggiva e il padrone lanciava un pezzo di metallo per fermarlo, poteva anche prenderti in testa a causarti un danno cerebrale senza troppe scuse, come successe a lei. Oppure potevi essere venduto, ricomprato, smerciato come un oggetto di poco conto, tanto che persino i figli che portavi in grembo appartenevano al padrone ancora in pancia, poiché il nascituro segue il ventre e questo per legge. Anni in cui la legge stava sempre e comunque dalla parte di chi poteva permettersi.

Al colmo della misura, Tubman fugge nel ’49 vero il Nord seguendo la stella polare, intraprendendo gli itinerari segreti della Underground Railroad, una serie di direzioni segrete e aiuti che permettevano di raggiungere gli stati liberi. Conquistata la propria libertà, Tubman sceglie di garantirla anche agli altri e combattere in nome di tutti. Compì tredici missioni di salvataggio e si guadagnò il soprannome di Mosè, poiché in grado di condurre il suo popolo lontano dalla schiavitù come fece il profeta.
Allo scoppio della Guerra Civile, si fece infermiera, cuoca e spia. Partecipò alla spedizione Combahee River nel 1863, contribuendo a liberare centinaia di schiavi. Finita la guerra il suo impegno non venne meno e si occupò di diritti civili, del suffragio femminile, pur vivendo, nonostante la fama ottenuta con le sue azioni, in condizioni economiche modeste. Dopo aver fondato una casa di riposo per anziani afroamericani, morì nel 1913.
Il monumento che le è stato dedicato è conosciuto anche come Swing Low in riferimento allo spiritual afroamericano Swing Low, Sweet Chariot che nelle piste segrete della Underground Railrorad forniva informazioni codificate agli schiavi in fuga ed era, pare, una delle canzoni preferite della Tubman.
La statua coglie la Tubman nell’atto di avanzare senza curarsi delle radici che la richiamano al posto e all’immobilità, che cercano inutilmente di trattenerla nel ruolo che la società le aveva dato e che lei ha saputo disgregare. Nella gonna affiorano le immagini di tutti coloro che l’attivista è riuscita a salvare, e che ella porta con sé nella sua marcia verso un futuro di liberazione che avanza nel cuore di Harlem.
L’incrocio in cui sorge fu un tempo un’isola spartitraffico senza particolare interesse; oggi l’aiuola dove si erge la statua offre all’aria di Harlem il profumo delle piante native della città insieme a quelle del Maryland da cui la Tubman proveniva. Insieme ricordano le terre e le strade e le direzioni che lei e tutti quelli in fuga come lei hanno intrapreso, camminato e sofferto lungo le vie di una difficilissima emancipazione attraverso l’America che troppo contributo ha dato al dolore universale.
Il Busto di Tesla (Un genio a new york)

Quando aprirono la porta della stanza n 3327 del New Yorker Hotel, trovarono il corpo esanime di un genio morto. Poco tempo prima, ancora animato da energie segrete, il genio camminava, vivo tra i vivi, dentro e fuori l’hotel; ebbe nome di Nikola Tesla e modo di sperimentare una vita piena di grandi mutamenti e fortune: fu sensazionale inventore, signore dell’elettricità, anticipatore della Radio ancor prima di Marconi (con cui entrò in causa), bizzarra personalità ossessiva compulsiva, avversario di Edison per la supremazia della corrente alternata, provetto comunicatore con il pianeta Marte, debitore col fisco, scienziato.
Pur nato in Serbia, a New York Tesla legò sostanziose parti della sua biografia, nonché la scena finale della sua esistenza. Per qualche tempo alloggiò a credito al Waldorf Astoria finché non fu costretto a vendere la sua proprietà di Wardenclyffe al possidente George Boldt non riuscendo a far fronte ai 20.000 dollari di debito. Amava frequentare il Delmonico’s, che ancora oggi ha una sala privata dedicata all’inventore, la Tesla’S Room.
Tra Broadway e la Sesta, nel Lower Manhattan, si trova invece il palazzo che fu il Gerlach Hotel, dove Tesla visse alla fine del secolo sperimentando con le onde radio nel 1896. Dove si trovava la Columbia University invece, nella 49th Street, tra la Madison e la Fourth Avenue, Tesla sperimentò gran parte delle sue intuizioni sull'illuminazione senza fili.
A poca distanza da New York sorgeva la Torre Wardenclyffe, che Tesla progettò per sperimentare le sue teorie sulla trasmissione di energia e il cui incendio, e la conseguente perdita di tutti i suoi appunti, contribuirono al suo crollo nervoso.

Tornando a Manhattan, a Bryant Park c’è un angolo a lui dedicato, il suo preferito, dove era solito dare da mangiare ai piccioni e dove, secondo certe dicerie, Tesla ebbe modo di condividere le sue mattine con uno stupendo piccione bianco che un giorno nel ’22 ebbe anche cuore di annunciargli la sua dipartita. La fine dello scienziato avvenne per un attacco cardiaco, all’età di 86 anni. Il funerale si svolse il 12 gennaio 1943, nella Cattedrale di Saint John the Divine di Manhattan.
Il 28 gennaio 2007, venne inaugurato un suo busto, realizzato dalla scultrice Marina Živić, davanti alla Cattedrale di San Sava (St. Sava Cathedral), all’angolo tra la 25ª strada e Broadway a New York.
Santo elettrico, Tesla è stato un visionario che si è scontrato con violenza contro i meccanismi del capitale incarnato da Edison, suo rivale nella lotta elettrica, che ha visto la sua fortuna e la sua sconfitta in quella città straniera.
È stato una delle figure più affascinanti del Novecento: genio incompreso, tanto caratteristico da finire nel vortice di un immaginario pop in mille vesti diverse, foraggiato dalle molte zone d’ombra, dalla bizzarria della sua personalità, interpretato persino da David Bowie, e il suo nome, sinonimo di una certa visionarietà da genio scientifico, ha offerto a Elon Musk l’idea su cui fondare una delle sue imprese milionarie.
E vien da pensare che Tesla morì senza un soldo in tasca. La sua fu una visione d’avanguardia che però soccombette sul piano finanziario e industriale, che altri seppero padroneggiare meglio.

Pur avendo contribuito in modo decisivo alla diffusione della corrente alternata nella competizione con Thomas Edison, non riuscì a trarne un reale vantaggio finanziario, anche perché gran parte dello sviluppo industriale fu gestito da figure come George Westinghouse e perché lo stesso Tesla rinunciò a diritti economici che gli avrebbero garantito enormi guadagni. Mancanza di visione imprenditoriale, disinteresse al profitto, idee forse troppo avanti per la sensibilità dell'epoca, o poco appetibili per gli investimenti di capitali, e la definitiva chiusura al mondo dovuta alla sua eccentricità, lo marginalizzò fatalmente.
Ironico pensare che, negli ultimi tempi, dall’alto del 33esimo piano dove abitava, la città gli si mostrasse stesa in tutto il suo elettrico e verticale splendore. Così Tesla la dovette infatti scorgere nella sua ultima notte, questa New York di luci e di sogno, illuminata dalla sua corrente alternata. Una città splendente che senza di lui non avrebbe fatto lo stesso stupefacente effetto.
L’OLMO DI WASHINGTON SQUARE (e altri alberi antichi)

C’è un bizzarro albero a Washington Square. Su di lui si dicono strane cose, che offrisse i suoi rami ai traditori durante la rivoluzione, ad esempio, che penzolavano impiccati. Secondo nuove ricerche, niente di tutto questo, ma la leggenda rimane sospesa, come una nuvola che fa ombra sul vero. Si tratta di un olmo inglese, tenacemente aggrappato al pezzo di terra che si trova all’angolo nord ovest di Washington Square Park, nel cuore del Greenwich Village. All’ultima misurazione stava intorno ai 41 metri; più incerta l’età, superiore ai 300 anni. Primato dunque, il suo, da renderlo il più vecchio albero di Manhattan.
Il suo predecessore fu un albero tulipifero felicemente radicato a Inwood, più precisamente a Shorakkopoch, lì dove c’era il principale insediamento nativo di Manhattan e dove Peter Minuit comprò l’isola per pochi spiccioli ai nativi. Questo albero dei tulipani della ragguardevole altezza di 50 metri, ultima memoria del passato indiano, si spense nel 1932 all’età venerabile di 220 anni. Rappresentava l'ultimo collegamento diretto con gli indigeni di Manhattan.
Ma New York cresce e cambia, muta. Queste reliquie viventi si sono trascinate attraverso i decenni e i secoli, amate dai newyorkesi come dei monumenti storici. Così come un albero che crebbe in quella che fu la fattoria di Peter Stuyvesant, ultimo governatore olandese della colonia di Nuova Amsterdam che soccombette agli inglesi. Nel 1811 la griglia stradale cancellò le ultime tracce della vegetazione cittadina, lasciando fuori un pero che sopravvisse tenacemente all’angolo nord est tra la 13sma e la Third Avenue. Non venne però abbattuto da immobiliaristi e imprenditori senza scrupolo, desiderosi di sempre più spazio in nome del progresso edile, ma dallo scontro di due carri che decretarono la fine del pero nel febbraio del 1867.
Secondo alcune testimonianze, il pero venne portato dai Paesi Bassi da Stuyvesant per impiantare un frutteto nella sua fattoria. Quando gli inglesi presero il controllo della città, ai ricchi ex padroni olandesi vennero offerte delle terre che li trasformarono in proprietari terrieri. Non si sa bene se fu da governatore o da privato cittadino che Stuyvesant piantò il pero, quel che è certo è che ormai anche l’albero fa parte di una memoria dimenticata della città in grado di ispirare persino dei poemi, come quello di Henry Webb Dunshee, preside della Collegiate School:
Famosa reliquia del tempo antico, mentre contemplo la tua figura, / la mia mente torna a scene passate, a giorni commoventi: / Custodendone i sacri ricordi, come ceneri in un'urna, / rifletto su quei bei tempi andati e sospiro per il loro ritorno.
I suoi frammenti passarono di mano in mano come antiche reliquie di santi e finirono addirittura in mano a Roosevelt.

Ma per tornare all’olmo di Washington Square, molto si è detto sulle presunte impiccagioni, voci che cominciano a girare dalla fine del XIX secolo. Ma si è dimostrato che l’albero facesse in realtà parte di una fattoria almeno finché la città non acquistò il terreno su cui era poggiato e lo accorpò a Washington Square nel 1827. Di documentazioni di impiccagioni sull’olmo non v’è traccia e l’unica esecuzione riscontrabile da quelle parti fu quella di Rose Butler, una domestica resa schiava che nel 1819 fu impiccata con l’accusa di aver appiccato un incendio doloso alla casa della famiglia per cui lavorava, con tutti dentro. Strano a dirsi ma l’incendio doloso, pur senza danni arrecati alle persone, era una delle due possibilità entro cui si guadagnava per direttissima il reato capitale (l’altra era l’omicidio). Dopo di lei solo un’altra persona venne giustiziata per le stesse motivazioni nel 1851 prima che la pena venisse declassata.
Rose fu lo spettacolo di 10.000 persone, venuti a vederla pendere a una forca vicino a una fossa comune, a 150 metri dall’Olmo dell’Impiccato (o meglio: dell’Impiccatore) sul lato orientale del Minetta Creek.
Oggi sotto i rami dell’albero la vita scorre, si gioca a scacchi, i turisti sciamano tra gli artisti di strada che si esibiscono sulla piazza, fotografano, si affollano i senzatetto sotto i suoi 41 metri di possenza.
E se per caso si sentisse un lamento nell’aria, come un’eco antica, non si potrebbe certo dire che appartenga a un mort’ammazzato che infesta ancora quei luoghi: non può essere quello che mai fu. Ma basta essere un po’ suggestionabili e credere che in fondo la verità non deve infastidire una strana storia e quel che sentiremo sarò effettivamente l’ultima parola di un impiccato che si fa strada nel caotico frastuono della città attraverso i secoli e attraverso il vero.
Il Porcellino di SUTTON PLACE (fortuna e commercio nel cuore di manhattan)

Nel cuore di un elegante quartiere residenziale di Manhattan, Sutton Place, a due passi dall’East River, si incontra una presenza bestiale che sorprende, a trovarla lì tra palazzi esclusivi e cortili di lusso: un cinghiale di bronzo. Si tratta di una copia del Porcellino (che erroneamente vien chiamato così essendo a tutti gli effetti un cinghiale), il celebre cinghiale bronzeo il cui muso al Mercato Nuovo di Firenze continua da secoli a ricevere carezze e la sua bocca monete. Piazzato nell’area di Sutton Place, si presenta non solo come elemento decorativo ma come segno concreto di un passaggio storico più profondo, d’una traiettoria invisibile che collega Firenze laboratorio del capitalismo mercantile a New York, città che più di tutte ha raccolto l’eredità medicea ed esteso il capitalismo al mercato globale.
E il passaggio di tempo è incarnato dal Porcellino a maggior ragione se si considera la trasformazione e la capacità di questa statua di riproporsi nel flusso continuo delle cose e delle epoche, emergendo da un parchetto con vista sull’East River, a seguito di una lunga stratificazione culturale. All’origine fu una copia di una statua ellenistica in marmo che Pio IV donò a Cosimo I. Nel Seicento, Pietro Tacca la trasforma in una copia in bronzo e ne fa una fontana che dopo alcune ipotesi e ritardi viene messa lì dove batteva il cuore del commercio cittadino, la loggia del Mercato Nuovo, dove si incontravano lane, sete e broccati e dove la compravendita invadeva l’aria e dava gli accenti alla vita economica della città. Il Porcellino ai mercanti offriva l’acqua e permetteva l’accendersi di un rito propiziatorio che ancora oggi dura: chi ne tocca il muso si porta la fortuna dalla sua parte. E tante sono le mani che ne hanno cercato la fortuna da consumare il muso di bronzo, tant’è che l’attuale Porcellino di Firenze è una copia di una copia (di una copia) del 1988.

Ma il Porcellino a Manhattan si porta dietro anche un’altra valenza simbolica che guarda al passato economico e alla trasformazione della città. Sutton Place, oggi discreto quartiere residenziale che ha fatto dell’esclusività il suo vanto, fu nel XIX secolo zona periferica, caratterizzata dalla presenza di mattatoi e fabbriche, vicino alle rumorose e laboriose infrastrutture portuali, in una posizione facile al commercio, vicino all’East River, in cui era la classe operaia a reclamare gli spazi abitati e la zona, si mostrava allora frastornante, inquinata, almeno fino alla svolta dei primi del Novecento grazie all'iniziativa dell’imprenditore immobiliare Effingham B. Sutton, che riqualificò l’area trasformando ciò che era edificio industriale in residenza d’élite. Nuove figure dell’alta società vennero negli anni Venti e Trenta attirate e trasformarono il quartiere in un rifugio d’alta fascia. Vissero così tra townhouse in stile europeo e palazzi sul fiume, mai si verticalizzò come altre zone di Manhattan e rimase contenuta, raccolta, dunque privata. Oggi Sutton Place è lontana dalle traiettorie turistiche, si è ritagliata uno spazio di silenzio appartato, e poco ricorda, o vuol ricordare, di quei processi che così profondamente l’hanno trasformata. Il Porcellino però rimane immobile a offrire il muso alla mano che nella carezza cerca la buona sorte, ignaro forse di queste due dimensioni che qui convergono, la Firenze mercantile e la Manhattan finanziaria e signorile, di cui il cinghiale bronzeo continua a suggerire una continuità nascosta: quella di un’economia che, nonostante la sua crescente complessità, resta legata a gesti antichi.
Chi sfiora il naso del Porcellino a Sutton Place ripete inconsapevolmente un rituale nato tra le botteghe fiorentine. In un quartiere che è esso stesso il risultato di una visione d’impresa che ha scommesso e vinto, quel gesto assume un valore ulteriore: ricorda e suggerisce che ogni ricchezza, ogni sistema economico, ogni spazio urbano è il prodotto di un processo storico e sociale, fatto di rischio, reinvenzione, di puro desiderio. E che la fortuna, o il caos, su tutto questo regna.


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