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METEORITE HODGES, ALABAMA MUSEUM OF NATURAL HISTORY

  • Immagine del redattore: Zanara
    Zanara
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min


Nel 1954, in Alabama, un frammento caduto dallo spazio profondo sfondò il tetto di una casa e colpì Ann Elizabeth Hodges, rendendola — suo malgrado — il primo Homo Sapiens documentato a scontrarsi con una roccia cosmica. Il meteorite responsabile è conservato oggi all’Alabama Museum of Natural History.


"METEORITE HITS SYLACAUGA WIFE"


La signora Ann Elizabeth Hodges non si aspettava certo che un pezzo di cielo le cascasse sulla testa in un tranquillo giorno di fine novembre del 1954. Non c’era niente che l’avesse preparata al fatto che proprio lì, nel tranquillo salotto della sua casa di Oak Grove, in Alabama, lo straordinario avrebbe bussato con così tanta irruenza alla sua porta – o meglio, al suo tetto. E di certo non si aspettava di guadagnarsi improvvisamente gli onori dovuti a un bizzarro primato, quello di potersi considerare il primo caso documentato in cui un essere umano viene colpito da un meteorite.

Prima di raggiungere l’addome della signora Hodges e stravolgere il tepore casalingo, si convenne, il pezzo di roccia spaziale faceva parte di una massa pietrosa denominata 1685 Toro, un asteroide Apollo, ovvero quella tipologia di asteroidi vicini alla Terra che incrociano la nostra orbita, entrando e uscendo dal Sistema Solare interno e rendendoli tra i più monitorati per i passaggi ravvicinati al nostro pianeta (si direbbe a ragione, a giudicare dalla traiettoria di quello caduto addosso alla signora).

Esso attraversò lo spazio siderale e, dopo aver vorticato un po’, squarciò il cielo dell’Alabama come una palla di fuoco, come un gigantesco arco di saldatura e, con un concerto di boati e fischi che si sentirono fino a Tuscaloosa, si spezzò in tre. Uno di questi pezzi spaziali si infilò nella casa di Oden’s Mill Road dei coniugi Hodges alle 18:30.



La signora Hodges in quel momento stava dormendo sul divano, dato che si era sentita poco bene, e si svegliò di soprassalto quando il sasso alieno, una condrite di 3 chili e 700 grammi, sfondò il soffitto centocinquantenario del soggiorno, rimbalzò su una radio a console, colpendola infine sull’anca sinistra e sulla mano. La signora Hodges sperimentò il più bizzarro dei risvegli: essere centrata da un tiro siderale. A dare conferma dell’incredibile evento, due certezze fisiche: la pietra fumante a terra e un ematoma grosso come un pompelmo sul fianco.


Di certo non ci si prepara mai allo straordinario, ma la signora Hodges si presentò al culmine dell’incoscienza a incontrarlo, ed entrò così, del tutto inconsapevolmente, nella storia della scienza. Si distinse da quel momento in poi dal resto del consorzio umano grazie a quella circostanza che rappresentò, forte di una probabilità su 16.000.000, l’essere bersaglio di sassi cosmici.



Ann Hodges fu mirabilia, eccezione e straordinarietà, ma soprattutto stupore e sconcerto del dottore che le venne in soccorso, Mr. Moody Jacobs, che di certo non poteva contare su una casistica di riferimento o su manuali che trattassero casi simili. Il dottor Jacobs divenne il primo medico accertato ad aver curato un colpo spaziale, un primato che si portò dietro fino alla sua morte, nel 2001.

Lo stesso iniziale sconcerto del medico fu condiviso anche dai concittadini che, magari estranei alle differenze tra meteoriti e altre meraviglie del cosmo, cominciarono a chiedersi come mai le stelle avessero preso a cadere giù sulle signore americane. I televisori impazzirono perdendo il segnale, nel cielo rombavano le esplosioni. Che c’entrassero per caso i russi? La Guerra Fredda proponeva scenari e possibilità d’ogni tipo, l’Apocalisse sembrava in calendario. Russi o alieni, invasori dalle terre di confine: chi avrebbe dato avvio alla fine?

It Came from Outer Space, mormorò certamente qualcuno che aveva visto la pellicola della stagione precedente. Dovette persino sembrare ironica la meteora al neon posta a insegna del cinema di Oak Grove, proprio davanti a casa Hodges.



A disarcionare i dubbi galoppanti e a dichiarare per primo l’origine dello strano oggetto fu un geologo chiamato da una cava vicina, ma ciò non bastò a tranquillizzare gli operosi ma inquieti cittadini di Oak Grove, incerti tra chi scommetteva fosse un pezzo d’aereo e chi qualche stramba arma sovietica. Il capo della polizia tagliò la testa al toro, confiscò la pietra e la spedì all’Aeronautica Militare. Da loro venne la conferma: la pietra veniva dalle vastità celesti.


PER ASPERA AD ASTRA E RITORNO


Quando tornò dal suo lavoro impiegatizio, il marito della signora Hodges, Eugene, dovette farsi spazio tra la folla accalcata di fronte a casa sua. Si fece largo tra curiosi e ficcanaso giusto in tempo per vedere portare via la signora Hodges, ormai sopraffatta dagli eventi, all’ospedale cittadino.

Dopo essersi ripresa, la signora Hodges difese con i denti il diritto di possedere quella pietra che, secondo lei, le era stata affidata direttamente da Dio. Un dio-cecchino ma benevolo che dall’iperspazio le aveva affidato quella pietra e tutti i bonus che si trascinava dietro.

Contraria era la padrona di casa dei signori Hodges, Birdie Guy, una signora che aveva perso da poco il marito ma non il fiuto per gli affari. La questione celeste fu messa in mano ad avvocati che impugnarono una giurisprudenza del tutto terrestre. La vedova Guy, per bocca loro, sostenne che, essendo caduta nella sua proprietà, la condrite spettasse a lei.



Sebbene la ragione e la legge fossero dalla sua parte, la gente si schierò tutta a favore degli Hodges. Vox populi, vox dei: fu raggiunto un accordo privato e la meteora fu ceduta ad Ann ed Eugene per 500 dollari.

Convinti di aver tra le mani una gallina cosmica dalle uova d’oro, gli Hodges rifiutarono un’offerta d’acquisto della Smithsonian Istitution e provarono a decuplicare il loro siderale investimento cercando il miglior offerente. Ma la causa con la signora Birdie Guy si era protratta anche troppo e l’interesse generale per un pezzo di roccia spaziale era venuto meno. Nessuno si presentò con la sperata borsa piena di soldi alla porta degli Hodges. I sogni di gloria svanirono e la pietra finì a fare da fermaporta nella casa dei due contadini.

La vita ha strani modi di deludere le aspettative, tanto più quando uno non ne ha e poi, all’improvviso, sì. Dolore amaro, feroce come una sete, il passare da un’ipotesi di svolta, dal colpo di fortuna, al mai più; capire d’essere al centro di uno scherzo delle circostanze è una roba che annienta.



I due contadini subirono infatti il peso e il rovescio di una ribalta improvvisa. Per loro, che il cielo perdesse i pezzi fu una sventura più di ogni altra cosa.

Il meteorite fu donato al Museo di Storia Naturale nel 1956. Gli Hodges si trasferirono da quella casa in cui lo straordinario si era abbattuto senza lasciare traccia se non un tetto sfondato, un livido nero e un pezzo di roccia; dopodiché l’abitazione prese fuoco e venne demolita per lasciare spazio ad alcune case mobili. Ann ed Eugene divorziarono. La signora Hodges si tenne stretta il suo primato e morì nel 1972, a 52 anni, per insufficienza renale in una casa di cura e fu sepolta nel cimitero della Charity Baptist Church a Hazel Green.


COSA TRARRE DAL FATTO CHE IL CIELO TI CADA ADDOSSO


Si è detto che il meteorite si divise in tre. E gli altri due pezzi?

Uno produsse risultati migliori: venne ritrovato infatti da Julius Kempis McKinney, un contadino nero che, a ventiquattro ore dall’incidente degli Hodges, si trovava a percorrere una strada secondaria con il suo carretto trainato da muli, trasportando legna da ardere. Scoprì al centro della carreggiata una pietra nera d’intralcio che sbarrava la via, impedendo ai muli di muovere il passo. La fece rotolare fuori strada e proseguì il suo giro; quando poi venne a sapere del trambusto, tornò indietro e si portò a casa il frammento.

Grazie all’aiuto di un postino che lo mise in contatto con un avvocato utile alla vendita, McKinney riuscì agilmente a liberarsi della pietra da 1,75 kg, più piccola del frammento degli Hodges. Ma tanto bastò per ricavarne un’auto e una casa. Sebbene agli Hodges la pietra cosmica avesse causato traumi e sfortune, a McKinney offrì una svolta improvvisa dalla sua modesta condizione.

Come scrive Ivan Cenzi su Bizzarro Bazar:


Quella pietra proveniente dallo spazio profondo aveva portato fortuna soltanto a un’umile e povera famiglia di braccianti neri, nell’Alabama del 1954; lo stesso anno in cui la Corte Suprema aveva dichiarato, con una storica sentenza, che la segregazione razziale nelle scuole pubbliche era incostituzionale.

Il terzo frammento non fu mai recuperato. Si pensa si sia schiantato verso Childersburg, a nord-ovest di Oak Grove. Possiamo solo ipotizzare che qualcuno l’abbia trovato. Chi vuole può giocare a immaginare a quale sorte si sia avvicinato l’eventuale ritrovamento: una possibilità fluttuante tra i due poli, quello catastrofico di Hodges e quello benedetto di McKinney.

La vicenda della signora Hodges è ancora oggi emblematica. È una storia che sembra contenere un indizio di qualcosa, un elemento che sfugge a un primo pensiero ma che affascina in nome di una qualità ben nascosta.

Bill Field, all’epoca cinquantenne e testimone della caduta meteorica, acquistò i diritti cinematografici della faccenda e vendette la sceneggiatura alla 20th Century Fox. Non fu mai girato alcun film, ma la disavventura cosmica della signora Hodges rimane ancora oggi una lezione su quanto possa essere devastante essere visitati dall’imprevedibile.





Nel 2019, Sean Miller e Sean Taylor hanno teorizzato il cosiddetto Hodges Effect, ovvero il risultato di un cambiamento fisico o di una crisi esistenziale che può accadere a un Homo sapiens quando entra in collisione con un materiale extraterrestre.

La signora Ann Elizabeth Hodges è solo la prima di cui si abbia notizia, ma è in una curiosa, per quanto ristretta, compagnia. Si dice di un frate francescano il cui incontro con un materiale extraterrestre è testimoniato da un manoscritto del 1677; di un ragazzo ugandese colpito da un frammento del meteorite di Mbale nel 1992; si attesta addirittura un caso che sposterebbe il primato dalla signora Hodges a un suddito dell’Impero Ottomano.

Da non molto è infatti emersa una vicenda dagli archivi ottomani: la cronaca di una pioggia meteorica del 22 agosto 1888 a Sulaymaniyah, nell’attuale Iraq. Attraverso tre lettere spedite alle autorità si cercava di mettere a fuoco lo straordinario, e si registrava il decesso di un uomo colpito dalle rocce spaziali e di un altro rimasto paralizzato.



È ben noto che la nostra vita corra spesso sui binari dell’ordinario, per lo più. Ma può capitare, e il caso Hodges ne è un esempio cristallino, che qualcosa bussi alla nostra porta quando meno siamo pronti a ricevere visite. Quanti nomi e quanti significati possiamo dare a questo monito che, in ogni caso, riesce così facilmente a mettere nella giusta prospettiva ogni pretesa d’antropocentrismo?

Che l’umanità si creda il centro dell’Universo, con i suoi dilemmi e i suoi drammi, con le piccole storie quotidiane e banali, con la pesantezza di un Reale esausto e scontato, è un pensiero fragile, e basta un sasso scagliato dall’alto dei cieli per riflettere sulla propria inconsistenza, sulla propria irrealistica pretesa di contare qualcosa nell’ordine superiore delle cose.

O, più semplicemente, il caso Hodges ci racconta di come basti poco per trasformare una vita avviata verso l’ordinario in qualcosa di totalmente altro, come un piccolo sassolino che devia la corsa di un treno.

Così ancora Ivan Cenzi:


Forse, dopotutto, quel pezzo di roccia – formatosi assieme al sistema solare e che aveva viaggiato nello spazio per milioni e milioni di anni prima di finire la sua traiettoria nel salotto della Signora Hodges – era davvero un segno del cielo. Una metafora del Fantastico che, quando meno ce lo aspettiamo, fa breccia nella risaputa quotidianità sconvolgendo gli equilibri, ricordandoci la nostra stessa aleatorietà. Un simbolo di quanto le nostre minuscole storie individuali e i nostri destini siano intimamente legati allo sconfinato cosmo, là fuori.

Non resta allora che continuare a vivere ognuno come ha imparato, guardando ogni tanto verso l’alto, in spaventosa o felice attesa che qualcosa di straordinario possa sconvolgere le nostre vite.


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